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Il 5 novembre arriva nelle sale la pellicola che racconta la famiglia Cecchettin all’indomani del femminicidio di Giulia. Coop, che collabora da due anni con la Fondazione a lei intitolata sui temi dell’educazione alle relazioni, ha sostenuto il progetto nell’ambito di Close the Gap. Perché, come raccontano i protagonisti della pellicola, il femminicidio è il frutto di un Paese che va cambiato, ed è responsabilità di tutti farlo.
Cosa succede a una famiglia quando una figlia, una sorella non torna a casa, perché è stata uccisa? Dove si trovano la forza e il coraggio di andare avanti, e per quale strada? Il padre, Gino Cecchettin, lo ha raccontato nel suo libro Cara Giulia, scritto con Marco Franzoso, e da quelle pagine arriva ora un film: Se domani non torno, prodotto da Notorious Pictures e diretto da Paola Randi, con Filippo Timi a vestire i panni di Gino. Il film, che prende il titolo dalla poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres – la stessa che Elena Cecchettin aveva postato pochi giorni dopo l’uccisione di sua sorella – sarà nelle sale dal 5 novembre, a ridosso dell'anniversario del femminicidio di Giulia, avvenuto l’11 novembre 2023. Il giorno della presentazione alla stampa, alla Festa del Cinema di Roma, Gino Cecchettin era sul palco, mite e pacato come sempre, e ha spiegato quanto sia stato difficile per lui raccontare ancora tutto, parlare di quel dolore che ancora oggi gli squassa il petto. «A convincermi è stata quella ragazza che un giorno ho incontrato e che mi ha detto: “Grazie per quello che fai”. In quel momento ho deciso che valeva la pena mostrarla, questa sofferenza, perché qualcuno possa intravederci un messaggio di salvezza, il seme di quel cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno».
Il cambiamento di cui parla Cecchettin, è quello che lui per primo ha vissuto, quando ha capito che prendersela con l’assassino era inutile, perché dietro il delitto assurdo di sua figlia c’era dell’altro, un sistema sbagliato che alimenta e a volte persino giustifica l’orrore. Il suo strazio si è trasformato in impegno civile, Gino ha dato vita alla Fondazione che porta il nome di Giulia, e da più di due anni i suoi giovani volontari entrano con operatori specializzati nelle scuole e nei luoghi pubblici, a parlare di prevenzione, cambiamento culturale, educazione alle relazioni. Un impegno che accomuna tra l’altro la Fondazione con Coop, che con la sua campagna Close the Gap ha preso posizione contro le disparità e la violenza di genere, e tra le altre iniziative organizza con la Fondazione corsi di formazione per i dipendenti delle Cooperative di consumatori. Ora, Coop ha sostenuto anche il film promuovendo la sua diffusione: parte dei proventi dei biglietti sosterranno la Fondazione Giulia Cecchettin.
Nella pellicola, lo spettatore entra in casa Cecchettin quando Giulia non c’è più, nel momento in cui i familiari aspettano il suo ritorno e vede ciò che accadrebbe in una qualunque famiglia: le ore che passano, l’ansia per il telefono muto, la ricerca e le domande, fino alla scoperta dell’inimmaginabile, e il vuoto. «Il nostro è un film sull’assenza - ha subito detto la regista Paola Randi -. Già leggendo il libro alla ricerca di una chiave di interpretazione, ho capito che il centro di tutto era lì, in Giulia che non abita più lì, nella narrazione di questa assenza e delle sue conseguenze, in una famiglia “normale”, in cui tutti ci possiamo riconoscere e immedesimare. Credo che questo possa riuscire a innescare nel pubblico un sentimento di empatia e che proprio da qui possa nascere un senso di responsabilità condivisa».
Nella pellicola non c’è l’assassino – mai nemmeno nominato - non c’è il delitto, né si indugia sulle indagini, e la scelta rientra in un disegno preciso. «Se individui il colpevole assolvi tutti gli altri, perché è come se il problema fosse lui, se il femminicidio fosse l’opera di un maniaco, di un pazzo isolato. Invece non è così. Una parte di responsabilità la abbiamo tutti noi, e femminicidi del genere devono farci interrogare sulla società in cui viviamo. Il patriarcato è fatto da noi, e solo da noi può essere decostruito».
«Quello che più di ogni altra cosa viene fuori nel bellissimo libro di Gino, è che quando un problema è sistemico la soluzione non può che essere collettiva», ha detto Lisa Nur Sultan, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Paola Randi. «Chi commette crimini, anche i più aberranti, da giovanissimo non è solo figlio dei suoi genitori, ma è figlio di una cultura, ed è figlio di questo Paese. I femminicidi dovremmo persino smetterla di chiamarli cronaca, perché sono conseguenze e di un sistema che Gino, Elena e tutta l’attività della Fondazione ci chiede di mettere a fuoco e che non funziona. Abbiamo un problema di patriarcato, e la cosa peggiore è che stiamo facendo di tutto per mantenerlo, mentre l’unico modo che abbiamo per evitare le conseguenze è curare le cause, con l’educazione».
Proprio come sta cercando di fare Gino Cecchettin, una persona, fa notare Filippo Timi, «che si ritrova vittima di qualcosa di imperdonabile, ma reagisce con dolcezza, non replica il modello violento in cui è cresciuto», e come, prima di lui, ha fatto sua figlia Elena, quando ha svegliato le coscienze nei giorni più neri dopo il delitto. «La ammiro moltissimo, ha detto Tecla Bossi, che ha vestito i suoi panni – perché nel momento più terribile ha avuto la lucidità di dire al mondo quello che il mondo non voleva sentirsi dire, in modo puntuale, facendoci aprire gli occhi». Sullo sfondo c’è lei, Giulia, la ragazza che nessuno di noi ha mai conosciuto se non nella foto con il basco nero, che l’attrice Sabrina Martina ha dovuto ricostruire a partire dai racconti dei suoi amici e familiari: «Volevo restituire al pubblico una persona, non un personaggio, e il rischio è di farla rimanere chiusa per sempre nella gabbia della vittima, in quella relazione che non voleva più. Impegnarmi in questo compito è stato un lavoro di cura e di rispetto per lei e la sua famiglia».
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